Vi rendete conto di quanto tempo perdiamo in pensieri e seghe mentali futili? O quanto tempo buttiamo in incazzature per situazioni che non possiamo controllare, e invece di sfruttare questi preziosi minuti per crescere interiormente li gettiamo al vento?
Vi faccio un esempio x chiarire meglio il concetto. Poniamo che uno va in posta a pagare la bolletta delle luce. Davanti a lui ci sono una decina di persone, che tradotto vuol dire minimo una mezz’ora di attesa.
La persona media cosa fa? Incomincia a spazientirsi, a guardarsi intorno nervosamente, a guardare l’orologio ogni trenta secondi e a lamentarsi mentalmente (o pubblicamente) di quanto le poste siano inefficienti e lenti.
Tirando le somme cos’ha fatto la persona media? Ha buttato via il suo tempo in pensieri futili.
Ora, poniamo il caso che la stessa persona ha letto libri di psicologia che gli hanno insegnato come qualsiasi momento sia buono per fare dell’esercizio mentale atto ad evolversi come persona (che tradotto significa: superare una paura, cambiare prospettiva su un argomento, sviluppare certe attitudini, riflettere su come risolvere un problema interiore).
Non credete sia meglio, per quella persona, sfruttare il tempo d’attesa applicandosi con questi esercizi?
In questo caso, badate bene, tutti e in qualsiasi momento, considererebbero il tempo trascorso come ben sfruttato. Quindi non si incazzerebbero più x’ c’è coda e il tempo passa, in quanto stanno sfruttando il loro tempo in modo utile e creativo, quindi lo considereranno ben speso. Anzi, ringrazierebbero x quei minuti di ‘stasi’ sfruttati a loro beneficio.
Ma andiamo ancora oltre: pensiamo a qualsiasi contesto in cui la nostra mente vaga tra pensieri inutili e superficiali (tipo, pensare al grande fratello, a chi c’è dentro, ai litigi che ci sono stati, a giudicare le persone che vi abitano). Non è tempo, energia e pensieri buttati nel cesso???
Vi arricchiscono questi pensieri? Certo che no!
Vi cambia qualcosa riflettere su ciò che accade nella casa del grande fratello? Ovviamente no.
Invece cosa accadrebbe se decidessimo invece di investire le nostre energie negli esercizi sopraccitati?
Quanto potremmo spingere la nostra mente, le nostre emozioni, se solo confluissimo tutte le nostre energie in crescita personale e pensiero positivo?
Quante energie risparmieremmo se non le investissimo in pensieri ostili, negativi e inconcludenti?
È veramente ridicola sta fissa per il crocefisso nelle scuole.
Credo che coloro che dovrebbero dare un’opinione su questa questione siano gli atei, in quanto sono gli unici che non sono di parte, quindi riescono a vedere meglio in prospettiva le cose.
Dato che sono un ateo, ecco la mia opinione.
Innanzitutto è ridicolo ed ipocrita considerarsi uno stato laico e poi fare tutte queste storie su un crocifisso.
Se uno stato è laico (lo dice la parola stessa) non deve essere di parte, non deve preferire una Chiesa ad un’altra e non deve permettere ad una Chiesa di entrare nei propri affari (e nelle proprie scuole).
Se uno stato non è laico, deve prendere una posizione: ammettere pubblicamente che non è laico, che è controllato dalla Chiesa, che per interessi economici fa comodo avere la Chiesa dalla propria parte e chiudere lì il discorso.
E poi, parliamone: tutti sti discorsi del ‘la croce fa parte della cultura storica italiana’… Ipocriti!
La verità, e diciamola sta cazzo di verità, è che lo Stato ha sempre fatto la bella faccia davanti alla Chiesa per ottenere i suoi favori (un ‘veniamoci incontro’: io faccio un favore a te e tu lo fai a me).
Il crocifisso non sarebbe mai dovuto entrare nelle scuole.
Che poi sia diventato uso comune è un altro conto. È uso comune bere alcolici quando si esce e fumare nei locali; ciò non toglie che lo stato abbia modificato l’uso comune delle persone.
E cmq, ciò non significa che abbiamo lasciato la croce nelle scuole per cultura storica. La cultura storica dovrebbe essere mondiale, universale. Non ristretta. Altrimenti non siamo poi tanto migliore di quelle persone considerate provinciali x’ hanno una mente poco aperta o a quelle nazioni estremistico-nazionaliste.
Non posso criticare i miei genitori/nonni e tutti quelli della loro generazione difendere i crocefissi nelle scuole: in fondo, sono stati cresciuti così, con questa mentalità finta-laica.
Ho un’amica che è disoccupata da mesi.
Altri amici che stanno cercando lavoro ma non trovano nulla. Eppure mandano curriculum ovunque.
Altri ancora che lavorano in fabbrica un giorno sì e quattro no, e non sanno da un mese all’altro cosa accadrà loro.
Penso a loro, a quando avevano trovato lavoro anni addietro e si erano sentiti sicuri: lavoro sicuro, tempo indeterminato, la possibilità di metter su famiglia e casa.
Quante certezze… Quando nulla è certo.
Io un lavoro ce l’ho. Ma mi domando se fossi al loro posto cosa farei (dato che non posso escludere che in un prossimo futuro lo sia).
Due cose ho fatto nella mia vita: il commesso e l’animatore.
Altro non so fare.
Non è molto, lo so.
Ma non è molto neanche ciò che sanno fare i miei amici (meccanici, elettricisti, idraulici, insegnanti) dato che adesso sono col culo per terra.
Non c’è un lavoro sicuro a questo mondo.
E allora che fare?
Bisognerebbe avere un piano di riserva. Ma ora come ora non c’è piano. Il piano sarebbe conoscere un 2° lavoro: ma dato che qualsiasi lavoro non è sicuro, tanto vale conoscerlo. Si è al punto di partenza.
È rimasto solo l’ottimisto, la consapevolezza che comunque vada si troverà una soluzione.
Siamo sempre lì: sfruttare i nostri pensieri e le nostre energie in modo produttivo.
Vi porto un esempio: c’è questa mia amica che sono mesi che non ha un lavoro.
È depressa; la capisco. Cerca lavoro ma non lo trova.
Al che un giorno le ho detto: ‘Ascolta, sei a casa. Sfrutta questo momento per fare qualcosa di utile. Investi le tue energie in qualcosa di nobile. Che so, fare volontariato, se non verso le persone verso gli animali. Purifica il tuo corpo: smetti di fumare, prendi a correre, perdi quei kili di troppo che sotto sotto non ti fa piacere possedere’.
Il concetto è: non hai un lavoro. Più che fare domanda ovunque non puoi fare.
Ma nel frattempo che non trovi altro, sfrutta tutto il tempo che ti trovi per fare qualcosa di utile per te stessa e per gli altri invece di passare le giornate a guardare la televisione, a pazzeggiare e a girare a vuoto.
Sii produttiva in questo momento.
Lo so, non l’aiuterà a trovare un lavoro, ma almeno non è tempo buttato nel cesso.
Detto tra noi: non mi ha ascoltato. Peccato.
Ecco una mia riflessione paradossale.
Partiamo da questo punto: chi vi dice che ciò che percepite con tutti i vostri sensi sia reale? Chi vi dice che le persone che incontrare e tutto ciò che viene in contatto con voi esiste veramente?
Io so di esistere. Sono pensieri ed emozioni.
Ma il resto? Io non so se esisti tu, se esistono i miei genitori, i miei amici, le donne che ho avuto.
Potrebbe essere tutto creato dalla mia mente.
Perché no?
Riflettiamo: sono consapevole di me in quanto essere pensante è l’unica certezza.
Immaginiamo di essere pura essenza che crea un mondo per maturare ed evolversi.
Una pura essenza non impara senza prove da superare, senza vittorie e sconfitte, senza mezzi esterni che la facciano evolvere. Se non ha una controparte nell’evoluzione, se potesse evolversi da sola, sarebbe già evoluta.
Ecco allora che la mia mente (quel famoso 100% che non viene usato) crea uno scenario dove io possa apprendere.
È talmente potente la mia mente che crea un palcoscenico dove nulla è lasciato al caso PERO’ lascia a me la possibilità di sfruttare le informazioni che mi giungono.
Anche il più piccolo particolare (guardare fuori dalla finestra e vedere il cielo sereno) mi trasmette un’emozioni, anche pur minima. Ergo, noi abbiamo creato questo particolare per fornirci questa emozione. Ma, allo stesso tempo, potrei anche guardare fuori dalla finestra, vedere il cielo e passare oltre, perso tra altri pensieri. Ecco quindi che la mia mente ha creato il cielo ma sono io che in ultima analisi decido se assimilare quel particolare (il cielo) oppure lasciarlo perdere.
Ecco allora che qualsiasi cosa (una canzone, un film, due chiacchiere con una persona qualsiasi) sono solo dei piccoli e grandi mezzi per apprendere qualcosa, anche se in misura microscopica. Poi sta a me decidere se l’info che mi arriva può essere utile oppure scartarla (tutto è utile x’ tutto ciò che mi circonda può essermi d’aiuto, però sono io che filtro le info che mi arrivano).
Come la mia mente ha creato il cielo, così crea tutte le persone che mi circondano e con cui vengo in contatto, ognuno con un carattere diverso che mi mostra sfumature che io posso fare mie o evitare.
Pensiamo a questo: nulla esiste finché non viene in contatto con noi. Una persona non esiste per noi se non la conosciamo e ci parliamo (esistono più di sei miliardi di persone, ma finché non ci veniamo a contatto sono solo immagini di una foto o neppure questo (qualcuno ci ha detto che esistono tutte quelle persone, ma non ne abbiamo certezza).
Idem per tutto il resto che accade nel mondo.
Anche le cose le leggo, che sento, che vedo non esistono finché non vengono in contatto con i miei sensi.
E’ questa la cosa affascinante: non possiamo essere certi che esista tutto il resto dell’universo. Sappiamo solo, per certo, che esistiamo noi, presi singolarmente.
Forse è proprio questo che dicono i maestri zen quando dichiarano che il Tutto è Uno e l’Uno sei solo tu. Perché tutto nasce da te.
Voi direte: ma se uno dovesse prendere per vera questa tesi, potrebbe anche andare in giro ad uccidere le altre persone, tanto sono solo frutto della sua immaginazione.
Certo. Ma c’è un particolare: le conseguenze.
Qualsiasi cosa succede intorno a noi è la conseguenza di una causa ed effetto.
Quindi, è vero che puoi uscire di casa e ammazzare molte persone. Ma poi dovrai pagarne le conseguenze, x’ la tua mente avrà creato i presupposti (le autorità che ti arrestano e che ti sbattono in prigione a vita) x mostrarti come uccidere non ti aiuta ad evolverti.
Sei comunque dentro questo scenario in cui, per ora, non puoi uscirne. Se trovassi la possibilità di uscire da questo enorme gioco, semplicemente sparirebbe tutto. Naturale: se la tua mente ha creato questo mondo per insegnarti delle cose e tu le hai imparate tutte, semplicemente sparirebbero in quanto non sussisterebbe più il bisogno che esistano.
È come un videogioco: hai dei livelli da affrontare e finché non trovi la fine del livello, continui a girarci intorno. Ma una volta che sei arrivato alla fine, una volta che hai capito come affrontare tutti gli ostacoli di quel livello, semplicemente finisce il livello. Sparisce.
E si passa al livello successivo…
Qualunque esso sia…
Qualche giorno fa ho scoperto una cosa che mi ha aperto un mondo.
Io mi muovo seguendo i miei istinti, le mie emozioni.
Questo mi porta ad agire in modi diversi ed inaspettati.
Come un cavallo a briglie sciolte, agisco senza un criterio razionale.
Ma ecco che ho scoperto una cosa affascinante: in tutte le situazioni, dai rapporti interpersonali a quelli lavorativi, bisogna comunque crearsi un punto di partenza e da lì crescere.
Si parte a piccoli passi: si fa una mossa e si vede il risultato. Se il risultato è soddisfacente si cerca di proseguire, espandendo il processo che ci ha condotto fin lì.
Non potrà andar bene subito dall’inizio, come un bambino non riuscirà ad andare in bici la prima volta che ci sale sopra.
Deve imparare tante cose: l’equilibrio, come muovere le gambe sui pedali, come tenere il manubrio e come muoverlo, dove guardare, cosa fare e non fare per muoversi in sicurezza.
Idem per quanto riguarda il resto della vita.
Un conto è quando uno nasce ‘imparato’, nel senso ha già una predisposizione per una data abilità.
Altrimenti, non si può lasciare tutto al caso o tentare migliaia di strade diverse senza un criterio.
Bisogna prefissarsi un obiettivo. Partire da una base e da lì sviluppare il tutto.
Tornando all’esempio della bici: non posso prestare attenzione a tutto contemporaneamente le prime volte che salgo in bici.
Dovrò partire, che so, prima dall’equilibrio, per poi passare al resto.
Una volta che si hanno solide basi, quando si ha preso sicurezza sulla base, allora si può procedere.
E’ da marzo 2006 che posto in questo blog. Ormai sono più di tre anni.
In questi anni ho seguito tanti blog che mi hanno visitato. Li ho visti nascere, crescere e morire. Di una trentina che avevo tra i preferiti, più di una decina è sparita, cancellata dagli autori.
Ciò mi lascia un po’ spiazzato, in quanto prendo atto che, pur passando il tempo, io sono sempre qui.
Due volte a settimana, ogni settimana, a postare un pensiero, un’emozione, una storia nuova.
Ciò che mi passa per la mente, ciò che reputo importante, va a finire nel blog.
Ho più di 250 pagine di post nel mio quadernone, dimostrazione che di cose da dire ne avevo, eccome.
Tante ne ho avute e tante continuo ad avere, con questa costanza che pare non cali mai.
Credo fermamente che i pensieri (le considerazioni, le emozioni) importanti non debbano andare perdute. È bello che restino da qualche parte: se non nella propria mente almeno sulla carta.
I miei pensieri, come quelli di tutti, sono in continua evoluzione. Ciò che credo oggi potrei non crederlo domani. Cosicché un giorno potrò rileggere certi miei pensieri e dire, stupito:’ Pensavo veramente ste cose? Che pirla!’.
Sono soddisfatto x’ non sono più quello che abbandona un progetto a metà, già stufo dopo poco tempo.
Mentre gli altri abbandonano il proprio blog, lo lasciano morire non postando più o addirittura lo cancellano dal web, io persevero.
E non lo faccio per i lettori (x’ come vedete ne ho veramente pochi: credo si contino sulle dita di una mano, ne mi interessa allargare le mie amicizie tra blogger per farmi leggere) ma solo per me stesso.
Ultimamente stavo guardando un telefilm giapponese.
Ora, senza entrare nella storia (che tra l’altro è lunga e complessa), vi voglio raccontare una piccola parte che mi ha fatto riflettere.
C’è quest’uomo proprietario di questa multinazionale. In una di queste attività della multinazionale ce n’era una (vendita piramidale. Sapete cos’è? Io ho un pacchetto di prodotti. Delego altre persone a venderle ed io ci guadagno sui loro guadagni. Ma se loro trovano altre persone a cui affidare questi prodotti, loro guadagnano sulle vendite delle altre persone e io ci guadagno sia sulle vendite dei primi che dei secondi, e così avanti) in cui incappò una donna che a causa di questo lavoro perse tutti i suoi averi, s’indebitò e, presa dalla disperazione, si suicidò.
Ecco quindi che il proprietario, seppur indirettamente, è stato causa del suicidio della donna (in quanto il lavoro scelto dalla donna era ‘nato’ da lui, quindi in una certa misura era stato lui il responsabile di tutto, la causa scatenante).
Pensavo a tutti quelli che, vedendo questo telefilm, hanno pensato: che bastardo questo uomo che con la sua scelta di aprire questa attività ha portato il suicidio della donna.
Eppure noi tutti con il nostro operato provochiamo la morte di qualcuno.
Ad esempio, se io non dono dei soldi al 3° mondo, qualcuno sicuramente morirà a causa di questa mancanza. Se io invece di starmene nella mia casuccia col mio lavoro sicuro nel mio paese ‘civilizzato’ fossi andato in africa a costruire pozzi o cmq aiutato a rendere migliore la vita di quelle persone, sicuramente qualcuno sarei riuscito a salvare dalla morte. Se avessi evitato di comprare prodotti di marca (se tutti non comprassero prodotti di marca) non ci sarebbero bambini che lavorano 18 ore al giorno in condizioni pietose guadagnando stipendi da fame.
Il non agire, o l’agire solo per i nostri interessi, porterà sempre qualcuno a soffrire (o addirittura a morire).
Sono passati anni da quando non ho una ragazza. Per mia scelta, dato che ho notato che dopo i primi mesi di completo entusiasmo, il resto del tempo ero diviso tra un senso di noia, di prigionia forzata, di essere messo alle strette e senza via di uscita, come se la scelta di stare insieme ad una persona fosse un vincolo a vita da cui non mi potevo liberare. Naturalmente poi mi liberavo, mollandola, ma nel frattempo restava quel senso di sentirsi in catene.
Pensavo fosse legato solo alle ragazze.
Invece, ora che divido la casa con un mio amico, ho la stessa sensazione di promesse da mantenere e insoddisfazione da situazione che non posso cambiare.
E come al solito, ho una strana sensazione di fondo che mi perseguita, la stessa di quando ero insieme ad una ragazza. Una leggera tristezza che mi attanaglia.
È questo mi ha fatto pensare che in fondo io sto bene da solo: riesco a condividere qualcosa di me ma a breve termine. Poi il piacere diventa dovere (la promessa di ospitarlo in casa) e questo incomincia a pesarmi.
La situazione si aggrava x’ ho fatto una promessa spinto dalla voglia di aiutare un amico… Ma non sono stato abbastanza lungimirante: dovevo considerare che a me piace vivere da solo. Il dover, ad esempio, farmi le seghe mentali per far venire una ragazza a casa mia e far allontanare il mio coinquilino diventa una situazione per me antipatica.
Più che altro x’ mi spiace costringerlo ad uscire di casa per una sera… E anche se ne ho tutti i diritti (come mi dicono tutti) ho quella sensazione di… egoismo che mi frena.
Certo, ho trovato una soluzione inconscia drastica per risolvere il problema… Ma ciò non toglie che il problema rimane.
Ma al di là di tutto, mi lascia perplesso questa mia voglia di solitudine. Sono circondato da persone che hanno bisogno di una compagna, di una famiglia,di dividere i propri momenti con qualcuno… Mentre io non ho bisogno di niente: mi piace tornare a casa e cenare da solo davanti alla tv, navigare su internet fino a tardi, portare avanti i miei progetti in solitaria, non di coppia o di gruppo.
Intendiamoci: va bene così.
Mi stupisce solo come tutte le persone mi dicano che non è possibile che io voglia stare da solo, che non voglia una ragazza o circondarmi di amici che entrano ed escono da casa mia.
Di fronte ad un mondo che segue lo stesso iter, io sono il diverso.
O forse non sono il diverso: forse ho solo capito meglio come gira il mondo. Mentre le altre persone si conformano semplicemente al resto della società.
Riflettevo sui miei ex compagni di classe e amici della mia stessa età.
La maggior parte sono sposati e con figli, o conviventi.
Ho ripensato alle mie storie passate e alle storie che stanno avendo le mie ex (adesso c’è chi è già sposata, chi convivente e chi sta mettendo su casa con il moroso).
Pensavo a me e loro: mettiamo che invece di 20 anni le avessi conosciute a 30… Cosa si sarebbero aspettate?
Nel senso, mi è capitato di parlare con ragazzi/e che mi confidavano che ormai erano ‘vecchi’ e quindi dovevano mettere la testa a posto, metter su famiglia.
Cercavano una persona con cui fare una storia ‘seria’, da adulti.
Quindi, pensavo: se le mie ex mi avessero conosciuto adesso, il loro pensiero non sarebbe stato fare una storia con me ‘normale’ ma una storia che avesse i presupposti di una convivenza o matrimonio.
Per capirci: che fossi io il loro ragazzo o un altro ‘di pari livello’ non era importante: l’obiettivo era metter su famiglia.
Capite il senso? Secondo molte donne ad una certa età non decidono di metter su famiglia con un uomo x’ lui è il migliore tra tutti quelli che ha trovato lei. Semplicemente lui è capitato nel momento giusto.
Magari il suo uomo ideale l’aveva conosciuto 10 anni prima (quando aveva 17 anni) ma le condizioni e la mentalità non erano da convivenza/matrimonio.
Non credo che tutti scelgano di metter su famiglia solo quando trovano la persona giusta. Penso più che sia una conseguenza ad una stanchezza interiore. Quando si era giovani si usciva con gli amici, si faceva baldoria, si passava da una donna all’altra con scazzo. Poi secondo me cresce una cerca stanchezza per tutto quel movimento e frenesia; si vuole stare più tranquilli, si pensa più a stare a casa la sera a guardare la tv piuttosto che andare in disco fino alle 5 del mattino. E si sa, una situazione così da soli è da spararsi: meglio avere accanto qualcuno che condivide la sua sedentarietà. Ecco che si trova la prima brava ragazza e via di convivenza.
Ma prendi la stessa ragazza e falle conoscere il ragazzo 10 anni prima e vedrai che il ragazzo non la cagherà neanche di striscio.
E quindi, direte voi? Quindi, l’uomo attuale pensa di esser stato scelto dalla convivente/moglie/madredeisuoifigli perché è stato il migliore fra tutti quelli che lei ha avuto MA la verità è che è solo illusione. È il migliore adesso x’ è disposto a soddisfare i bisogni della donna.
Ma c’è differenza tra essere apprezzato x’ considerato il migliore o apprezzato x’ in quel momento la ragazza ha bisogno di qualcuno che non le crei problemi, che faccia il bravo ometto di casa, che non sia uno di quelli da prendere con le pinze altrimenti fa presto a sbolognarla x trovarne un’altra.
Mi sono messo a discutere con una mia collega sui programmi tipo ‘x-factor’ e ‘amici’. Lei, accanita fan di questi programmi, si è trovata a scontrarsi con me, accanito oppositore.
Lei era lì che spiegava quanto tizio caio cantasse bene, quanto tal’altra fosse un po’ stonata, quanto fosse stato pesante il litigio tra pinco e pallino… E io lì che restavo allibito.
A parte che non capivo assolutamente di chi stesse parlando (ma manco me ne fregava)…Ma il solo fatto che seguisse con così tanto trasporto queste trasmissioni mi lasciava perplesso.
Più che altro x’ vedevo in lei lo stereotipo della casalinga media che passava le serate in casa a guardare programmi insulsi ed inutile.
Ora, pensiamo solo che siamo nati per evolverci. Prendiamo informazioni dall’esterno x aiutarci a capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.
Io posso guardare un film e assimilare un concetto o un punto di vista diverso dal mio. Idem per quanto riguarda leggere un libro o un fumetto o una canzone.
E capisco anche guardare una volta un programma del genere (metteteci anche la fattoria, il grande fratello e altre boiate del genere)… Ma solo una volta!!! Giusto il tempo di dire: ‘ Che cagata di programma!!!’ e cambiare canale.
Non puoi appassionarti ad un programma stupido e vuoto. X’ se le tue passioni orbitano intorno a programmi vuoti, vuol dire che la tua vita non dev’essere così ricca di evoluzione.
Pensate solo a quanti programmi interessanti esistono a questo mondo e che accrescono la tua cultura (per esempio, ho visto un programma che mostrava quanto l’impatto di un pugno contro il viso di una persona deformasse in millesimi di secondi tutti i muscoli coinvolti e addirittura quelli distanti dall’impatto).
Poi pensate ai programmi ideati apposta x non farti pensare, per staccare la spina, per anestetizzare il cervello.